La crisi del movimento trotskista: un bilancio

ControCorrente
15 min readApr 22, 2020

Tre anni or sono alcune importanti divergenze mettevano fine al rapporto politico dei compagni di ControCorrente con il Committee for a Workers’ International (CWI). Dopo due anni lo stesso CWI veniva scosso da una profonda crisi che vedeva il gruppo inglese diretto dal fondatore Peter Taffee andare in minoranza e poi staccarsi dalla maggioranza dell’organizzazione internazionale. Una crisi simile, sia pure con diversi contenuti politici, spaccava poco dopo il Partido Obrero in Argentina dando origine a due organizzazioni con lo stesso nome ma ferocemente concorrenti. Negli ultimi anni molte delle organizzazioni trotskiste, nazionali e internazionali, nel mondo hanno subito profonde crisi — dai lambertisti dell’EIT, alle TMI e TSI — oppure si sono trasformate in organismi sempre più evanescenti, com’è il caso del Segretariato Unificato della IV Internazionale. Si tratta di strutture molto diverse tra loro, nonostante il comune richiamo storico-programmatico alla IV Internazionale, e, inoltre, ogni crisi ha caratteristiche peculiari, spesso legate a vicende nazionali. Ciò nonostante, il loro ripetersi con sempre maggior frequenza denota una crisi generale del trotskismo che è difficile ignorare.

La crisi del movimento trotskista internazionale

Si tratta di un quadro tutt’altro che roseo che vede non solo l’obiettivo di riunificazione/rigenerazione/ricostruzione/rifondazione (e chi più ne ha più ne metta!) della IV Internazionale sparire definitivamente all’orizzonte, ma che denota la profonda crisi politica di un’area politica rivoluzionaria proprio nell’era in cui l’ingresso sul mercato del lavoro di oltre due miliardi di proletari e l’acuirsi delle tensioni internazionali apre ampi spazi alla lotta di classe nel mondo.

Il crollo dello stalinismo, che per decenni ha rappresentato un nemico mortale (a volte non solo in senso metaforico!) per le organizzazioni ispirate alla IV Internazionale, lungi dal rappresentare una liberazione di forze ingessate da decenni, sembra trascinare nella sua caduta anche i suoi storici oppositori. Anzi, proprio la mancanza del contraltare stalinista, fa emergere alla luce del sole contraddizioni politiche prima nascoste e, per avere un chiaro esempio di ciò, non dobbiamo andare molto lontano: la nascita di Rifondazione Comunista dopo la fine del PCI e i risultati più che deludenti della scelta entrista nel nuovo partito da parte dei trotskisti italiani di varie tendenze (Proposta, Bandiera Rossa, Falce e Martello) sono un esempio da manuale. Non c’è stato nessun reale passo avanti nella costruzione di un partito rivoluzionario in Italia, anzi, la momentanea e limitata crescita numerica non è stata compensata da un maggior radicamento sociale, dando così il via a una serie di crisi e di rotture delle quali anche noi siamo un risultato.

I due modelli: personalismo e sincretismo

È quindi giunto il tempo di ragionare su un bilancio complessivo per cercare di capire in che situazione si trova e dove sta andando il movimento trotskista. Già il fatto che oggi si possa parlare solo di movimento e non di un’organizzazione politica rivoluzionaria internazionale è il segnale di una crisi strategica che ha travagliato la IV Internazionale dai primi anni del dopoguerra: l’attuale frantumazione è solo l’estrema conseguenza di un processo iniziato nei primi anni cinquanta, ma che, a sua volta, ha le sue radici teoriche nelle stesse basi fondative del 1938. Crisi che ha fatto versare fiumi d’inchiostro, dentro e fuori il trotskismo, e sui nodi politici della quale non vogliamo qui entrare.

Negli anni la fedeltà alla tradizione programmatica, o meglio, a numerose interpretazioni particolari di essa, ha prevalso sull’elaborazione strategica, con il risultato della proliferazione di una miriade di organizzazioni politicamente molto diverse tra di loro, che però possono essere ricondotte a due modelli ricorrenti.

Il primo è quello del partito personale, costruito intorno alla figura di un capo carismatico e al suo entourage più stretto, che ne segue tutte le evoluzioni fino però a scindersi quando l’autorità suprema è messa in discussione. Gli esempi al riguardo sono innumerevoli: dal grottesco ufologo Juan Posadas ai casi più seri di Jerry Healy, Michel Pablo, Ted Grant, Nahuel Moreno e Pierre Lambert, fino ad arrivare a quelli più recenti come Peter Taffee e Jorge Altamira. Fenomeni facilitati anche dall’influenza di tradizioni storico-culturali regionali.

Il secondo è quello dell’organizzazione sincretista e movimentista alla spasmodica ricerca di ‘nuove avanguardie’ da inglobare in un partito, certo trotskista, ma anche guevarista, ma anche femminista, ma anche ecologista… L’esempio principale di questa tipologia è il Segretariato Unificato e, in esso, il Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA) francese. L’internazionale diviene così un collettore di istanze eterogenee, sia per impostazione teorica sia per base sociale, e non un partito dotato di analisi e strategia coerenti. Ciò conduce all’adattamento pratico alla ‘avanguardia’ di turno e alla ricerca teorica di una formula che lo giustifichi: le ‘nuove avanguardie con influenza di massa’ all’epoca dei movimenti studenteschi, il terzomondismo variamente declinato all’epoca delle lotte di liberazione nazionale, l’’anticapitalismo’ all’epoca dei no-global e dell’ecologismo e così via.

È uno schema con diverse eccezioni, come nel caso dell’Union Communiste Internationaliste, di fatto centrata sulla francese Lutte Ouvrière, organizzazione con caratteristiche particolari, che uniscono un estremo propagandismo all’elettoralismo, derivante da un gruppo che lasciò la IV Internazionale a un anno dalla sua fondazione. Ovviamente ci sono anche fenomeni che non consideriamo perché interessano oramai più il campo della psichiatria che quello della politica, come è il caso della International Communist League, alias Spartacist, setta paranoide con base negli USA, corrispettivo trotskista del fondamentalismo evangelico nordamericano.

L’ ‘inevitabile crollo’ del capitalismo

Entrambe le tipologie hanno però in comune due elementi in apparenza contradditori. Il primo è la tendenza a concentrarsi sull’aspetto politico (soggettivo) senza curarsi molto delle radici economico-sociali delle formazioni politiche che condizionano, sia pure in forma mediata e non meccanica, le loro dinamiche. Il secondo è il catastrofismo che dipinge un capitalismo in perenne corsa verso il baratro. Un amalgama di soggettivismo e oggettivismo che ha le sue radici nello stesso Programma di transizione del 1938 il cui incipit recita:

Le premesse economiche della rivoluzione proletaria hanno già raggiunto da tempo il punto più alto raggiungibile in regime capitalista. Le forze produttive dell’umanità non crescono più. Le nuove invenzioni e i nuovi progressi tecnici non portano a un incremento delle ricchezze materiali. Le crisi congiunturali, nelle condizioni di crisi sociale di tutto il sistema capitalista, determinano per le masse privazioni e sofferenze sempre più grandi. La disoccupazione crescente, a sua volta, approfondisce la crisi finanziaria dello Stato e mina i sistemi monetari sconvolti. […] Le premesse oggettive della rivoluzione proletaria non solo sono mature, ma hanno addirittura cominciato a marcire. Senza una rivoluzione socialista — e nella prossima fase storica — una catastrofe minaccia tutta la civiltà umana. Tutto dipende dal proletariato, cioè fondamentalmente, dalla sua avanguardia rivoluzionaria. La crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria.

Descrizione forte e suggestiva della situazione internazionale del 1938, che identificava chiaramente l’approssimarsi del nuovo conflitto mondiale, ma parziale perché per molti paesi che non furono coinvolti materialmente nel conflitto, e anche per alcuni di quelli belligeranti (USA per esempio), il corso stesso della guerra fu un’occasione di sviluppo. La fine del conflitto poi rappresentò per il capitalismo nel suo insieme un potente volano per il suo rilancio. Non a caso l’epoca successiva è conosciuta come quella dei ‘trenta gloriosi’, nella quale s’inserirono anche i principali paesi sconfitti (Germania, Giappone e Italia). La catastrofe ci fu (eccome!), ma fu la base di un nuovo ciclo di espansione del capitalismo con il quale abbiamo dovuto fare i conti.

Un ‘catastrofismo’ che ha quindi radici profonde nel nostro movimento, ma che viene da ancor più lontano: dal meccanicismo economico della II Internazionale, nelle sue due varianti; quella di destra (socialdemocratica) e quella di sinistra (centrista). La prima con la sua ‘società parallela’, costruita mattone per mattone negli interstizi di quella capitalista; la seconda con la vana attesa di un movimento di massa che ponga all’ordine del giorno spontaneamente il cambiamento sociale. Entrambe con in comune l’attesa di un ‘crollo’ del capitalismo che in termini assoluti non ci sarà mai, mentre aumenteranno le contraddizioni e le crisi all’interno delle quali potranno aprirsi varchi per l’attuazione di una strategia rivoluzionaria.

Il ‘tradimento’ della direzione politica

Anche l’affermazione che ‘La crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria’, pur corretta in termini generali, è stata in seguito spesso declinata concependo la battaglia nel movimento operaio come essenzialmente politica. Ovvero, di fronte a una classe operaia astratta nella sua omogeneità, il fronteggiarsi di una direzione rivoluzionaria che ne incarna gli interessi storici da un lato (forte della lista di rivendicazioni programmatiche transitorie), e dall’altro direzioni riformiste sempre pronte al tradimento e alla collaborazione con l’avversario in cambio di vantaggi materiali per sé stesse. È una descrizione forse eccessivamente schematica, ma che utilizziamo per evidenziare due problemi fondamentali.

Il primo è il disinteresse per l’analisi delle dinamiche della composizione di classe (concetto che non ha niente a che fare con le mitologie tipo ‘operaia massa’ diffuse negli ani ’60 dall’operaismo italiano). Ovviamente l’appartenenza a una classe sociale è determinata dalla posizione occupata all’interno del modo di produzione e proletari sono coloro che vivono vendendo la propria forza lavoro in cambio di salario. Ma la classe non è omogenea al proprio interno: alla distinzione tra lavoratori produttivi e improduttivi, si aggiungono i differenti livelli di coscienza, le caratteristiche del lavoro svolto, il peso delle tradizioni nazionali, l’appartenenza politica, le caratteristiche della struttura economica nella quale si è inseriti, la posizione nel processo produttivo stesso e il rapporto di forza nei confronti della borghesia che ne consegue… Tutti elementi che variano per luogo e per tempo, e che un soggetto politico rivoluzionario deve valutare per indirizzare la sua azione pena la vanità dei suoi sforzi. Il concetto di classe è astratto perché descrive un rapporto tra funzioni, ma la classe è composta da esseri umani ed è quindi concreta: uno sciopero tra i metalmeccanici sarà diverso di uno tra gli autoferrotranvieri così come, di fronte a un analogo taglio alle pensioni, operai italiani e francesi reagiranno (e hanno reagito!) diversamente.

Il secondo, conseguenza del primo, è la definizione degli apparati riformistici come ‘traditori’. Dal voto ai crediti di guerra della SPD tedesca il 4 agosto 1914 è passato oltre un secolo e la natura social imperialistica delle direzioni del movimento operaio dovrebbe essere un dato abbondantemente acquisito: non hanno niente da tradire perché sono così per la loro natura sociale. Il problema semmai è che settori operai dei paesi imperialisti traggono evidenti vantaggi dai sovraprofitti dell’imperialismo domestico, riconoscendosi così in queste direzioni, specialmente quando si dimostrano strumenti utili per salvaguardare o migliorare il tenore di vita immediato. Si tratta però di equilibri instabili, esposti come sono al mutare dei rapporti di forza tra imperialismi a livello internazionale e allo scoppiare delle crisi. Speculare a questo aspetto è la descrizione di una classe operaia, monolitica e indistinta, sempre all’attacco e anelante lo sciopero generale o comunque forme di lotta radicali, salvo essere perennemente vittima del tradimento dei vertici politico-sindacali. Se così fosse le rivendicazioni transitorie dovrebbero trovare la strada aperta e, con loro, le organizzazioni che le sostengono e invece, più che la limitatezza degli organici, che in periodi di riflusso accomuna tutte le organizzazioni rivoluzionarie, colpisce la crescente marginalità rispetto alle lotte (quasi sempre difensive) che avvengono.

In ultima analisi questa impostazione porta a concentrarsi esclusivamente sulla sovrastruttura politica. Sia quando si pone il problema della costruzione del partito come scomposizione e ricomposizione di tendenze politiche basandosi sulla rappresentazione che danno di sé stesse (programma, prese di posizioni politiche, ecc.) e non su che cosa esse rappresentano socialmente, sia quando lo stesso metodo è applicato al campo avverso, nascondendo dietro la categoria onnicomprensiva del ‘tradimento’ spinte e tendenze che hanno base oggettiva e non morale.

Movimentismo: l’esempio della questione ambientale

Scrostata la vernice marxista è il vecchio idealismo che torna a galla impedendo di distinguere tra i problemi oggettivi e l’impatto che essi hanno su una società divisa in classi. Per farci capire, prendiamo uno dei molti esempi che si possono fare: la questione ambientale. Nel capitalismo tutto è subordinato al profitto e in questo tutto è compreso anche l’ambiente naturale. È così da quando esiste, ma le attuali dimensioni globali della produzione di merci e lo stesso aumento della popolazione umana amplificano enormemente le dimensioni del problema. Questo è un dato oggettivo con il quale dobbiamo certamente confrontarci, ma lo sviluppo del capitalismo è ineguale e combinato e l’impatto di questo inevitabile effetto dell’anarchia del mercato sulla società non è ovunque lo stesso. Salvo alcune aree dove lo sviluppo industriale aggredisce direttamente economie di sussistenza causando così la reazione degli abitanti, in generale l’inquinamento è il problema fondamentale soprattutto nei paesi imperialisti e la sua percezione cresce nella misura in cui i sovraprofitti permettono di delocalizzare le lavorazioni più nocive nella periferia del mondo facendolo così diminuire. In questi paesi poi i settori sociali più permeabili all’ecologismo sono quelli la cui vita materiale non dipende immediatamente dalla produzione e che sono il bacino d’incubazione dell’ideologia verde. Questa sostiene di lottare contro gli effetti (la distruzione dell’ambiente naturale) ma non vuole eliminarne la causa (il capitalismo). Su tutto ciò s’innesta il capitale stesso, novello re Mida, che trasforma in profitto tutto quello che tocca, presentando come battaglie per l’ambiente business colossali come quello dell’auto elettrica e trasformando un problema serio in una nuova immensa occasione di merchandising.

Ma l’aspetto più interessante è quello dell’impatto della questione ambientale sui movimenti sociali: il ciclo di lotte operaie degli anni ’60-’70 del secolo scorso aveva perseguito non solo obiettivi salariali e normativi, ma anche ambientali partendo dalla basilare constatazione che i primi a subire le conseguenze della produzione capitalistica sono proprio gli operai che la attuano. Ciò portò a lotte significative caratterizzate dal rifiuto di monetizzare i danni (‘la salute non si vende’). Anzi, la critica a questo aspetto del sistema e la constatazione che le conquiste in questo e in altri campi erano per forza parziali e reversibili condusse molti proletari a condividere l’idea che occorreva cambiare sistema: un esempio da manuale di crescita della coscienza di classe, ovvero di passaggio collettivo dal particolare al generale. Il riflusso delle lotte innescò il processo inverso: mentre le conquiste operaie si sgretolavano progressivamente sotto i colpi della ristrutturazione padronale costringendo alla difensiva i lavoratori, settori militanti piccolo borghesi elaborarono l’ideologia secondo la quale dato che l’obiettivo di abbattere il capitalismo si era dimostrato impraticabile, occorreva concentrarsi sui problemi settoriali e l’ambiente era uno dei principali tra questi, mentre via via chi è costretto a difendere il proprio — sporco e nocivo — posto di lavoro diventava prima un intralcio e poi un avversario quando non un acerrimo nemico (ILVA di Taranto docet!). Oltre allo sporco e inquinante operaio nemica diviene anche la ricerca scientifica: la critica dell’utilizzo che il capitalismo fa del nucleare o degli OGM si trasforma così nella demonizzazione ascientifica di queste tecnologie ovvero della tecnologia e della ricerca scientifica in quanto tali. Tutto ciò ovviamente non significa idealizzare la scienza che, come tutte le attività umane, è determinata dal contesto socio-economico nella quale si sviluppa, anzi, vuol dire cercare di applicare il metodo scientifico per analizzare la scienza stessa come fenomeno sociale.

Questa lunga e schematica digressione è funzionale ad affermare che tra essere comunisti ed essere ecologisti ci sono contraddizioni che non sono risolvibili con un semplice ma anche, perché nella realtà concreta ci si deve rapportare a un movimento non solo considerando l’obiettivo che persegue bensì, anche e soprattutto, la sua base e dinamica sociali. All’opposto, proprio l’obiettivo condiviso di un ambiente a misura d’uomo e non delle esigenze del capitale può essere il punto di partenza per una battaglia contro corrente sulla natura irriformabile del capitalismo. Questo è solo un esempio che si può applicare a diverse altre situazioni e colpisce il fatto che moltissimi compagni e intere organizzazioni nel corso degli anni siano saliti entusiasti su qualunque treno passasse in stazione (Jugoslavia, Cuba, Nicaragua, Porto Alegre…) e oggi non sentano il bisogno di un bilancio critico di quelle esperienze. Se poi dai paesi si passa ai personaggi la situazione non migliora: da Tito a Tsipras e a Sanders passando per Corbyn, è una strada in discesa.

Le teoria degli Stati operai deformati

Aldilà di questi aspetti metodologici, c’è un grosso macigno politico che ha pesato e — paradossalmente — pesa ancora sulla storia e sulle prospettive politiche del movimento trotskista: la questione della natura sociale dell’URSS e dei paesi a essa assimilabili.

Senza entrare in un dibattito complesso, che ha attraversato dalla sua formazione l’opposizione di sinistra allo stalinismo, c’interessa qui accennare ad alcuni nodi politici e teorici che hanno indirizzato l’azione dei trotskisti nella loro storia. La caratterizzazione dell’URSS come Stato operaio deformato infatti è stata uno degli elementi fondanti della IV Internazionale, che l’ha distinta sin dall’inizio dalle tendenze che definivano la natura economico-sociale della Russia sovietica come capitalismo di Stato. Un’analisi, quella di Trotsky, discutibile dal un punto di vista metodologico, ma comprensibile da quello politico in un momento in cui l’URSS esisteva solo da un ventennio e al suo interno, vivente ancora in parte la generazione che aveva vissuto l’Ottobre, la controrivoluzione di Stalin, con le sue terribili ‘purghe’, era alle sue battute finali ma non definitivamente conclusa.

L’essere rimasti ancorati in modo dogmatico a questo concetto dopo la fine della seconda guerra mondiale ha però impedito un’analisi reale di ciò che era diventata l’URSS, con i paesi entrati nel frattempo nella sua orbita, e dei riflessi che la sua natura sociale aveva sul movimento operaio internazionale. La definizione, con tutti gli equilibrismi del caso, di una realtà che aveva oltrepassato il capitalismo, sia pure dominata da una ottusa burocrazia, ha messo il trotskismo all’interno del campo ‘socialista’ o ‘anti-imperialista’ (per la precisione, ai suoi margini), limitando la sua autonomia di fronte ai piccoli gruppi di avanguardia che, a Est come a Ovest, avevano il coraggio di rompere con lo stalinismo senza aumentarne la capacità di penetrazione tra le grandi masse operaie ancora illuse che oltrecortina ci fosse il ‘paradiso dei lavoratori’. Il trotskismo ha continuato ostinatamente a definire sino alla nausea ‘Stati operai degenerati/deformati’ delle formazioni sociali capitalistiche, come l’URSS e i suoi satelliti. Certo, se il capitalismo è il modo di produzione, le sovrastrutture statali che esso esprime possono essere molto diverse. Nel caso in questione la versione staliniana del capitalismo di Stato ha coniugato una dittatura burocratica tanto feroce quanto ottusa a un welfare state straccione che compensava una bassa produttività con pessimi ma generalizzati servizi, divenendo così una palla al piede per lo sviluppo delle forze produttive.

Il 1989 è stato l’epilogo di questa vicenda. Al crollo dei regimi del ‘socialismo reale’, nonostante le illusioni di molti autorevoli compagni, non seguì nessuna ‘rivoluzione politica’: l’adozione di forme giuridiche che legittimavano rapporti sociali preesistenti avveniva per opera degli stessi burocrati post staliniani e nella più completa indifferenza e passività dei lavoratori che avrebbero dovuto difendere le ‘conquiste socialiste’. Ed è veramente l’ennesima ironia della storia il fatto che l’unica reazione al crollo del regime sia stato il grottesco tentativo di golpe dell’agosto 1991 messo in atto a Mosca da un gruppo di burocrati del PCUS e soffocato facilmente in poche ore da un altro gruppo di burocrati (anche loro pupilli del PCUS) capitanati da Eltsin.

Caso diverso quello della Cina, dove il PCC ha saputo traghettare, sia pure con immani costi sociali, un paese arretrato alla fase della maturità imperialista, mantenendo saldo il timone del potere e realizzando l’ultima grande rivoluzione borghese del Novecento. Ciò che Lenin scriveva nel 1912 definendo quello che era iniziato in Cina ‘…un profondo movimento rivoluzionario di centinaia e centinaia di milioni di uomini i quali, oggi, sono definitivamente attratti nella corrente della civiltà mondiale capitalistica’ si è concretizzato sotto la direzione di un partito di burocrati e miliardari che mantiene il vezzo di chiamarsi ‘comunista’.

Lascito del trotskismo e necessità di un confronto

Oggi, ricostruire i contorni di queste vicende non è una perdita di tempo per appassionati di storia, ma una necessità vitale per l’azione futura. Lo stalinismo è andato in pezzi lasciando qua e là le sue macerie; spesso vediamo qualcuno, sui social o sui media, simpatizzare per la Russia di Putin in nome della vecchia URSS o decantare la superiorità del sistema cinese per la sua lotta vincente contro il Covid19. Fenomeni marginali ora, ma pericolosi di fronte all’acuirsi delle tensioni internazionali, perché di una cosa possiamo sin da ora essere certi: la ripresa di un movimento operaio internazionale potrà essere possibile se imboccherà la strettissima strada dell’assoluta indipendenza, rifuggendo da ogni abbraccio.

Ovviamente il lascito del trotskismo non è riducibile ai punti controversi che abbiamo analizzato in questo testo. In quasi un secolo di vita l’opposizione di sinistra prima e la IV Internazionale poi hanno rappresentato, insieme a poche altre aree politiche, un’opposizione internazionalista e rivoluzionaria allo stalinismo che, al di là dei suoi limiti, ha lasciato un patrimonio ancora oggi imprescindibile per chi si pone sul terreno della lotta di classe. E’ per salvaguardare tale patrimonio e per comprendere il declino organizzativo del trotskismo che è necessario analizzare con assoluta franchezza i limiti che ne hanno contraddistinto storia, teoria e prassi. Senza avere la pretesa di aver tratto un bilancio esauriente e definitivo di una lunga storia, né di avere ricette miracolose per sciogliere i nodi indicati, crediamo però che i pochi e generali punti che abbiamo cercato di analizzare possano rappresentare uno stimolo a sviluppare un confronto sulle prospettive future senza tuttavia alcuna velleità di procedere a un rilancio sul piano organizzativo che in questo momento ci sembra privo di basi oggettive e soggettive e lo sarà probabilmente ancora abbastanza a lungo. La frammentazione organizzativa del movimento trotskista, che l’anno scorso ha toccato livelli significativi, ha lasciato singoli compagni e piccoli gruppi privi di un’organizzazione internazionale, ma soprattutto, della possibilità di un confronto a livello internazionale. E come loro anche altri che provengono dall’opposizione allo stalinismo. Discutiamo cosa ci aspetta, cosa vogliamo (e possiamo fare)… poi si vedrà!

Piero Acquilino, Alì Ghaderi, Bruno Manganaro, Antongiulio Mannoni, Maurizio Rimassa, Marco Veruggio

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